Autore: ENRICO MARIA PORRU
Storia
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è strettamente legata alla presenza dei Gesuiti a Cagliari. Fu il cagliaritano Padre Pietro Spiga, primo gesuita sardo, ritornato nell’isola da Lovanio non solo a causa della sua salute malferma ma soprattutto per condurvi pienamente l’attività ministeriale propria della Compagnia, a spianare la strada all’arrivo dei Gesuiti in città. La presenza a Cagliari di Padre Spiga è documentata dal mese di maggio del 1557. Dopo una breve permanenza presso l’erigendo collegio sassarese il religioso, su richiesta del viceré, dei giudici della Reale Udienza e dei Consiglieri della città di Cagliari, i quali misero anche a disposizione della Compagnia la somma di 500 libre di rendita annua perpetua per dare inizio al Collegio cagliaritano, fu nuovamente trasferito nel capoluogo isolano dove rimase, spendendo infaticabilmente tutte le sue forze nella predicazione, nelle confessioni, nell’aiuto dei moribondi, nella visita ai carcerati e agli ammalati e in tutti gli altri ministeri propri della Compagnia, fino al giorno della sua morte, avvenuta l’8 dicembre del 1594.
Da una lettera del 1558 sappiamo che il religioso, tra i tanti impegni pastorali, ogni quindici giorni teneva una sorta di meditazioni spirituali agli adepti della Confraternita di S. Maria del Monte della Pietà all’interno della chiesa di Santa Croce. Questa prima documentazione della chiesa preesistente a quella attuale induce a ipotizzare che l’edificio non fu edificato sulle rovine dell’antica sinagoga ebraica ma che, almeno in un primo periodo, prima cioè che i Gesuiti l’ampliassero e la trasformassero radicalmente non fosse altro che la stessa sinagoga riconsacrata al culto cattolico. Queste trasformazioni erano un fatto abbastanza comune nei territori spagnoli in questo periodo di persecuzioni religiose, così come lo era, in casi del genere, l’intitolazione alla Santa Croce delle ex sinagoghe ed ex moschee.
Al riguardo è opportuno segnalare che anche nell’atto pubblico di fondazione del Collegio di Cagliari, rogato in data 28 novembre del 1565 e sottoscritto fra la Città e il Collegio medesimo, rappresentato dal suo primo rettore, il P. Giorgio Passiu è detto che «fuit eis pro dicta Collegii fundatione incipienda data et assignata Ecclesia S.tae Crucis in dicta et praesenti Civitate plurimis abhinc annis constructa et edificata; cui pro ampliatione dicti Collegii subinde fuerunt adiunctae et applicatae domus necessariae».
L’antica sinagoga aveva orientamento Est-Ovest, cioè con l’asse maggiore ortogonale rispetto a quello dell’attuale chiesa e ingresso dalla via dei Giudei, ora via Corte d’Appello. Tale ricostruzione, già ipotizzata nel 1983 al Convegno sul Barocco in Sardegna, ha trovato un riscontro oggettivo nei risultati della campagna di scavo archeologico condotta nel 2005 dalla Soprintendenza per i Beni Archeologici per le Province di Cagliari e Oristano: sotto il pavimento ottocentesco, in occasione dell’ultimo intervento di restauro della chiesa conclusosi nel 2007, l’indagine archeologica ha posto in evidenza i resti di due muri visibili per una lunghezza di m. 9 circa, quello adiacente al presbiterio e di m. 7,20, quello più a sud e con orientamento Est-Ovest. Le due strutture per materiali e tecnica costruttiva si sono rivelate pertinenti a un unico edificio che può essere identificato proprio nell’antica sinagoga ebraica.
Il nucleo iniziale, che ospitò gli alloggi dei padri presso la chiesa di Santa Croce, fu acquistato grazie all’ingente somma di quasi 2.000 lire cagliaresi che il viceré, l’inquisitore, un membro del Consiglio e alcuni notabili della città raccolsero attraverso varie collette.
La prima comunità gesuitica, giunta a Cagliari il 7 novembre del 1564, contava dieci religiosi condotti in Sardegna dal rettore del Collegio di Sassari, P. Baldassarre Piñas al suo rientro da Roma, dove si era recato per la professione dei quattro voti. Superiore della comunità fu nominato un altro sardo, il Padre Giorgio Passiu di Oristano.
A sovrintendere ai lavori di riattamento e ampliamento del primo collegio fu inviato da Roma in qualità di architetto il fratello gesuita ticinese Gian Domenico de Verdina il quale dovette interrompere questo suo primo soggiorno a Cagliari alla fine del mese di maggio 1566. Sappiamo altresì che il de Verdina era coadiuvato da un altro gesuita fratel Gavino Crisostomo Cayna che nel 1568 è presente nel Collegio di Sassari con la mansione di “faber murarius”. Formatosi alla scuola del de Verdina, sarà lui, probabilmente, una delle figure che sovrintenderanno nell’ultimo ventennio del XVI secolo alla direzione dei lavori nei cantieri gesuitici sardi.
Nel 1567 ritroviamo nuovamente impegnato nel Collegio di Santa Croce il de Verdina, il quale alternava la sua attività fra Cagliari e Sassari.
Nel 1569 il Padre Provinciale Antonio Cordesses, in una lettera al P. Generale Borgia, lamenta come la chiesa di Santa Croce fosse di piccole dimensioni, e non poteva essere allungata avendo la strada pubblica da un lato e il muro dall’altro, inoltre un ampliamento non l’avrebbe resa comunque capiente per le proprie necessità.
A quella data sappiamo che il Collegio non era stato ancora interessato da imponenti opere di ampliamento.
Nel 1573 è ribadita la necessità di avere una chiesa capace di contenere un buon numero di fedeli anche perché altre Congregazioni religiose presenti in città avevano tentato di sottrarre alla Compagnia l’incarico, affidato ai gesuiti fin dal loro arrivo in città, di predicare nei periodi liturgici di quaresima e avvento nella Cattedrale e da questa predicazione derivava al Collegio un gran credito presso il popolo.
È chiaro, dunque, che a quella data l’edificio chiesastico officiato dai Gesuiti di Santa Croce, poco capace come auditorio pubblico, era ancora costituito dalla chiesa primigenia.
L’avvio della fabbrica per la nuova chiesa, si desume da un documento del 1596, quando si rende necessaria la demolizione dell’adiacente ala del Collegio in cui si trovavano gli alloggi dei religiosi, che determinò per i Padri l’esigenza di raggiungere le abitazioni situate nell’altro lato della strada con un “ponte”.
Per quel che riguarda la travagliata vicenda costruttiva della nuova chiesa di Santa Croce, è oggi possibile documentare una sua precisa cronologia di riferimento. La piccola chiesa era gravata da determinate condizioni sull’ufficiatura poste dall’arcivescovo di Cagliari Antonio Parragues di Castellejo nel 1565 quando la affidò ai Gesuiti. Delle quattro la più gravosa era certamente costituita dall’impossibilità di seppellire nella chiesa i benefattori del Collegio se questi non fossero stati prelati insigni.
Per ovviare all’inconveniente dei vincoli imposti dall’arcivescovo e per paura che edificando il nuovo edificio sull’area occupata dalla vecchia chiesa tali limitazioni si trasferissero di diritto sulla nuova fabbrica, a partire dal 1587 i Gesuiti si impegnarono nella ricerca di un nuovo sito. A causa dei pareri contrastanti e dell’assenza in loco di un esperto in architettura, quello stesso anno il rettore del Collegio di Santa Croce scrive a Roma chiedendo l’invio di “uno pratico in cose di architettura e massimo negli edifici della nostra Compagnia”.
Sarà il vice provinciale Padre Melchiorre de San Juan a segnalare al Generale Claudio Acquaviva, in quello stesso anno, il sito più appropriato per l’edificazione della “yglesia nueva”: l’area donata ai gesuiti dal conte di Quirra.
Nel 1594 risulta che il cantiere della chiesa nel nuovo sito era stato avviato ma a causa dell’eccessivo impegno economico, che per le sole fondamenta avrebbe comportato una spesa di quasi 5.000 ducati d’oro, forse già nel 1593 era stato interrotto e dirottato nel sito dell’antica chiesa di Santa Croce. Per questi lavori si fa un chiaro riferimento alla presenza nel cantiere cagliaritano di due architetti che, nella loro veste di esperti, operano impartendo precise direttive. Potrebbe trattarsi del già noto fratel Gavino Crisostomo Cayna e del Padre Luca Cañolacho: quest’ultimo, tra la fine di ottobre e il principio di novembre del 1594, si reca a Roma per seguire studi e pratica di architettura.
Intanto, nel mese di novembre di quello stesso anno, viene posata la prima pietra della nuova chiesa di Santa Croce. I lavori procedono a rilento, nonostante l’ingente lascito della nobildonna Anna Brondo e del legato di 3.000 lire stabilito dal Parlamento sardo, almeno fino alla fine del 1596 anno in cui, probabilmente, l’arcivescovo di Cagliari, Alfonso Lasso Sedeño, affrancò la vecchia chiesa dalle restrizioni imposte dal suo predecessore mons. Parragues di Castillejo.
Nel 1596 si da avvio ai lavori della nuova chiesa e si rende necessario abbattere quella vecchia in modo da poterla inglobare nel nuovo e più spazioso edificio chiesastico.
I lavori subiscono un’accelerata andando a conclusione in pochi anni, se non in facciata almeno nelle parti strutturali più importanti, cosicché già nel 1603 i resti mortali del P. Pietro Spiga e di altri quattro confratelli, fra cui il primo rettore del Collegio, Padre Giorgio Passiu, vengono traslati nella nuova chiesa.
Il 24 gennaio 2005 nello scavo archeologico curato dalla Soprintendenza Archeologica per le Province di Cagliari e Oristano sono state rinvenute tre cassette-reliquiario. I reliquiari deposti direttamente nel terreno, ai piedi del pilastro di destra della cappella dei Martiri Turritani (o cappella Brunengo), risultano molto danneggiati dall’umidità ma conservano, ancora ben visibile, il loro prezioso rivestimento in seta liscia naturale riccamente decorata con piccoli chiodi a borchia, che in alcuni punti sembrano formare un motivo a fioroni. Il tutto è rifasciato lungo i bordi e nelle parti centrali da galloni in fili d’oro ritorto. Le ossa, infine, vennero protette da un prezioso tessuto natté, cioè un gros a due fili di ordito. Le tre cassette per la loro tipologia, ascrivibile proprio al modello, che di lì a poco si diffonde a seguito dell’“Invención de los cuerpos santos” e, soprattutto, per la loro preziosità e unicità nell’ambito di tutte le deposizioni messe in luce sotto il pavimento della Basilica Mauriziana, sono probabilmente da riferire ai resti mortali dei cinque gesuiti traslati nella nuova chiesa nel 1603 (P. Pietro Spiga, P. Giorgio Passiu, P. Juan Giles, P. Francisco Berno e P. Antonio Montano). De poste inizialmente “de baxo de un altar”, come recita l’elogio e forse non a caso sotto quello che anticamente era dedicato a Santa Maria Maggiore, magari in una nicchia ben visibile dove soprattutto il Padre Spiga era venerato come un “Santo Varon, y Siervo del Señor”, le cassette vennero probabilmente interrate sotto il pavimento, nei pressi della medesima cappella in un momento successivo. Forse negli anni ‘30 del XVII secolo all’atto della realizzazione dell’altare marmoreo che ospita la pala dei Martiri Turritani attribuita allo stesso periodo, quando la nobile famiglia cagliaritana dei Brunengo acquisisce lo jus patronatus della cappella, o addirittura nella metà del XVIII secolo quando, per conferire all’aula una maggiore uniformità stilistica, l’altare secentesco fu ammodernato con l’inserimento di un paliotto a vasca trapezoidale.
Nella chiesa gesuitica di Santa Croce ritroviamo gran parte degli elementi strutturali canonici dell’ideologia controriformata gesuitica: l’aula mononavata; il presbiterio quadrangolare (almeno così era prima della ristrutturazione mauriziana ottocentesca) e poco profondo perché la comunità gesuitica non pratica le preghiere e i canti corali; il cornicione fortemente aggettante, elemento unificante dello spazio interno e le tre cappelle per lato che assumono quanto al numero un preciso senso iconologico. In questo contesto anche la luce diffusa dalle tre grandi finestre per lato che s’aprono alle spalle degli altari laterali, adempie all’esigenza – pratica e simbolica al tempo stesso – di unificazione dello spazio e di assicurare all’aula una forte luminosità per rendere perfettamente visibile ogni fase del rito agli astanti. Di questi ultimi si vuole in tal modo tenere costantemente desta l’attenzione e si promuove la partecipazione cosciente; così pure si opera al fine di raggiungere un’acustica perfetta, funzionale all’efficacia della predicazione. Questa interpretazione architettonica che è propria, nell’essenzialità della struttura e nel rigore formale, ai primi modelli chiesastici gesuitici, piega la spazialità interna dell’edificio alle esigenze poste dal Concilio di Trento. Infatti, essa accentua la larghezza dell’aula, destinata ormai alla devozione collettiva e alla predicazione dal pulpito a un gran numero di fedeli, riducendo a semplici nicchie di fiancheggiamento le cappelle laterali.
Anche il prospetto, diviso in due ordini raccordati da volute, sembrerebbe derivato da modelli manieristici romani.
Dobbiamo ritenere che ad alcune di queste soluzioni formali non fu estraneo il Padre Luca Cañolacho il cui richiamo nell’isola fu sollecitato a più riprese dal vice provinciale de Olivencia nel corso del 1595. La sua presenza è segnalata nel Collegio di Cagliari dal 1600 quando ricopre l’incarico di “Praefectus fabricae”.
La chiesa di Santa Croce seguirà le alterne vicende dei Gesuiti a Cagliari fino al 1773 quando con il breve apostolico Dominus ac Redemptor il papa Clemente XIV decise di sopprimere la Compagnia di Gesù.
La chiesa divenne dunque proprietà statale fino a quando, nel 1809, il re Vittorio Emanuele I assegnò l’edificio all’Ordine cavalleresco dei Santi Maurizio e Lazzaro, e l’elevò al rango di basilica magistrale. Si deve a questo periodo l’assetto attuale della basilica con la realizzazione dell’abside e la decorazione con le pitture murali. L’edificio subì i danni dei pesanti bombardamenti della seconda guerra mondiale sulla città nel 1943 e fu riparata nel 1946.
Attualmente la basilica è di proprietà della Fondazione Ordine Mauriziano istituita con decreto legge 277/2004, convertito in legge 4/2005, che è erede del patrimonio dell’Ordine dei Santi Maurizio e Lazzaro, nato nel 1573 per volere di Emanuele Filiberto duca di Savoia dalla fusione dell’Ordine Cavalleresco e Religioso di san Maurizio (Ripaille – Chablais, 1434) con l’Ordine per l’assistenza ai Lebbrosi di san Lazzaro (Gerusalemme, 1090).
Dopo un lungo periodo di chiusura al culto e dopo un intervento di restauro la basilica è stata riaperta al culto e affidata al clero diocesano.
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Galleria
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La bandiera con la croce bianca su campo azzurro : stemma della parrocchia di santa croce ...
9 ottobre . Festa di S. J. H. Newman , compatrono della parrocchia di Santa Croce ...
Messa Rorate (Dicembre 2018)
La Messa Rorate in onore della Beata Vergine Maria viene celebrata tradizionalmente prima dell’alba. L’Avvento cade ogni anno nel buio mese di dicembre, un mese in cui vediamo il tema generale della stagione liturgica che rieccheggia nella natura. L’oscurità si è insinuata nel mondo e aumenta ogni giorno, e tuttavia c’è la speranza che presto le giornate inizieranno ad allungarsi e il sole conquisterà la notte. La terra rivela che c’è una luce in questo posto oscuro, e quella Luce regna vittoriosa. La Chiesa rende questa verità più visibile con un’antica tradizione (spesso dimenticata), chiamata Messa Rorate. Questa Messa votiva dell’Avvento in onore della Beata Vergine Maria riceve il suo nome dalle prime parole del canto iniziale in latino, Rorate caeli. L’aspetto peculiare di questa celebrazione dell’Eucarestia è che si svolge tradizionalmente al buio, con la sola luce delle candele, e in genere proprio prima dell’alba. Il simbolismo di questa Messa è consistente, ed è un’espressione suprema del periodo di Avvento. In primo luogo, visto che la Messa in genere viene celebrata proprio prima dell’alba, i raggi del sole invernale illuminano lentamente la chiesa. Se il tempismo è giusto, alla fine della Messa tutta la chiesa è piena della luce solare. Questo richiama il tema generale dell’Avvento, un momento di attesa dell’arrivo del Figlio di Dio, la Luce del Mondo.
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Altri Documenti
Altri Documenti
- LETTERA APOSTOLICA DI SUA SANTITÀ BENEDETTO XVI “MOTU PROPRIO DATA” SUMMORUM PONTIFICUM
- Istruzione sull’applicazione della Lettera Apostolica Motu Proprio data Summorum Pontificum di S.S. BENEDETTO PP. XVI
- Comunicazione della Curia Arcivescovile di Cagliari
- Lettera Apostolica in forma di “Motu proprio” di Papa Francesco “Traditionis custodes” sull’uso della Liturgia Romana anteriore alla Riforma del 1970 (16 luglio 2021)
- Lettera del Santo Padre Francesco ai Vescovi per presentare il Motu Proprio “Traditionis custodes” sull’uso della Liturgia Romana anteriore alla Riforma del 1970
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Arciconfranternita Santo Monte di Pietà
Arciconfranternita
Santo Monte di Pietà
Alla fine del 2013, dopo quasi 500 anni, l’“Arciconfraternita del Santo Monte di Pietà”, fa rientro alla sua Sede di origine.
Fu istituita infatti verso il 1530, tramite bolla, da parte del papa Clemente VII come “Confraternita del Santo Monte di Pietà di Cagliari”, poi “Arciconfraternita” perché aggregata nel 1550, all’ “Arciconfraternita di San Giovanni Battista Decollato”, chiamata anche “della Misericordia di Roma”.
Il Patrono dell’“Arciconfraternita del Santo Monte di Pietà” è dunque San Giovanni Battista. Composta da appartenenti alla nobiltà, questa istituzione aveva compiti di assistenza e beneficenza sociali; forniva cibo, medicine e assistenza medica ai poveri; offriva la dote alle “zitelle povere”. Soccorreva i carcerati alla loro uscita dalla prigione ma, peculiarmente e principalmente, i confratelli svolgevano il compito di confortare, materialmente e spiritualmente, i condannati a morte.
I tempi sono cambiati, ma le intenzioni di finalità sociale, oltre che liturgica, non sono affatto cambiate.
Nel 1564 l’Arciconfraternita lascia Santa Croce per traferirsi nella chiesetta consacrata a Santa Maria del Monte, in un’area non lontana dall’attuale Santa Croce. La chiesetta però, dopo solo 4 anni, venne demolita e ricostruita entro il 1571. Attualmente esistente, è ora sede dei “Cavalieri di Malta” cagliaritani.
L’“Arciconfraternita del Santo Monte di Pietà” ebbe come sede la chiesa del Santo Monte di Pietà fino al 1866.
A seguito del sequestro dei beni del clero avviato dal Governo sabaudo, l’Arciconfraternita dovette abbandonare la chiesa del Santo Monte.
I Confratelli trovarono sistemazione nella chiesa di san Giuseppe, adiacente alla Torre dell’Elefante.
All’inizio del XX° secolo l’Arciconfraternita rallentò progressivamente la sua attività.
Se ne hanno notizie fino alla fine degli anni ’50 del XX° secolo. Poi non si ha evidenza di una qualche attività. Verso la fine del 2003, su iniziativa di un gruppo di ex-alunni delle scuole pie dell’Istituto “San Giuseppe Calasanzio” di Sanluri, l’Arciconfraternita ha ripreso a riunirsi, inizialmente ospite, nei locali dell’“Arciconfraternita dei Genovesi” di Cagliari.
Alla fine del 2013, la Provvidenza Divina, che si serve degli uomini suoi collaboratori, ha consentito il ritorno dell’Arciconfraternita alla sua Sede di origine, la “Basilica Magistrale di Santa Croce”.
Il Priore
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CENACOLO MARIANO
Adorazione , Santo Rosario , rinnovo della Consacrazione, e benedizione eucaristica ( per chi volesse la Messa è alle 19:00 in onore di Maria SS e S. Giuseppe )
Ogni primo mercolidì del mese
Pubblico · Chiunque può partecipare
Durata: 1 h
Evento di Parrocchia Santa Croce - Cagliari
Via Corte d'Appello 44, 09124 Cagliari, Italy
Il Coro Parrocchiale
Il Coro Parrocchiale
Costituzione Sacrosanctum Concilium
Concilio Vaticano II
“La Chiesa riconosce il canto gregoriano come canto proprio della liturgia romana; perciò nelle azioni liturgiche, a parità di condizioni, gli si riservi il posto principale.”
Il coro parrocchiale di Santa Croce nasce dalla necessità di accompagnare la liturgia antica con la preghiera che le è più appropriata: quella cantata.
Il coro è sempre aperto a nuove voci. Non servono competenze musicali eccelse: basta la buona volontà, il desiderio di partecipare e la disponibilità a mettersi in gioco.
Se ti piace cantare sei il benvenuto: ogni talento è un dono prezioso per la parrocchia.
Per informazioni o per partecipare alle prove puoi rivolgerti al Parroco. Saremo felici di accoglierti e di camminare insieme nel servizio della liturgia.
Nel Motu Proprio “Tra le sollecitudini” del 22 Novembre 1903, San Pio X biasima il rischio di degradare la liturgia con un uso erroneo della musica sacra e indica invece le direttive alle quale ci si deve attenere perchè si partecipi al fine generale della Messa: la gloria di Dio e la santificazione e edificazione dei fedeli.
Il Pontefice scrive che la musica sacra, per essere veramente tale, deve mantenere un carattere universale, come universale è la liturgia. Deve essere santa non solo nel contenuto (escludendo “ogni profanità”) ma anche nella forma e nell’esecuzione.
Il canto gregoriano ha il primato come musica veramente sacra, poichè è la forma di canto ereditata dalla Tradizione e, con la lingua latina che gli è propria, ha carattere pienamente universale.
La Chiesa riconosce poi il valore della polifonia classica – in particolare della Scuola Romana e di Palestrina – che raggiunse la perfezione nel XVI secolo. È considerata eccellente per la liturgia poiché si accosta armoniosamente al modello gregoriano, ed è raccomandata soprattutto nelle grandi basiliche e nelle cattedrali.
La musica moderna, che non è esclusa per principio, nasce nel mondo e per il mondo e risulta tendenzialmente inadatta alla liturgia.
Con l’enciclica “Musicae Sacrae” Disciplina del 1955, Pio XII conferma le qualità della musica sacra (santità, bontà nella forma, universalità) e l’elogio del canto gregoriano, che non implica l’esclusione della polifonia sacra.
Questa è raccomandata per la sua capacità di accrescere la magnificenza del culto e toccare l’animo dei fedeli. Viene citato in particolare il XVI secolo come l’epoca d’oro di questa disciplina, capace di produrre opere di tale purezza e ricchezza melodica da risultare perfette per accompagnare l’azione liturgica.
La Chiesa riafferma il principio di accogliere ogni forma di bellezza prodotta dall’ingegno umano, a patto che rispetti rigorosamente le leggi della liturgia.
A tal proposito, viene raccomandata massima prudenza per evitare che la musica diventi eccessivamente ampollosa o prolissa, rischiando di oscurare il testo sacro, interrompere il ritmo del rito o risultare troppo difficile per i cantori, compromettendo così il decoro della funzione divina.
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Liturgia (Vetus Ordo)
Liturgia (Vetus Ordo)
San Giovanni Eudes
“Per dire bene la Messa servirebbero tre eternità: la prima per prepararvisi; la seconda per celebrarla; la terza per fare un degno ringraziamento”
La liturgia Vetus Ordo è la celebrazione della Santa Messa secondo il Messale Romano del 1962, basato sulla liturgia tridentina codificata nel 1570 da papa San Pio V per preservare il rito latino di tradizione apostolica.
È una forma liturgica che mette in evidenza il senso del sacro, il silenzio, la contemplazione e l’adorazione, aiutando i fedeli a entrare nel mistero della presenza di Cristo nell’Eucaristia e del suo Santo Sacrificio.
La Messa tradizionale è caratterizzata dall’uso del latino, dal canto gregoriano, da gesti rituali ricchi di significato e dall’orientamento del sacerdote e dei fedeli rivolti insieme “ad orientem”.
Nella liturgia Vetus Ordo il canto gregoriano ha un ruolo speciale. Le sue melodie semplici e solenni accompagnano la preghiera della comunità e aiutano ad elevare l’anima verso Dio. È il canto proprio della liturgia romana (San Pio X, “Tra le sollecitudini”), e per questo trova posto naturale nelle celebrazioni in forma tradizionale.
La parrocchia propone regolarmente la celebrazione della Santa Messa Vetus Ordo alle ore 19:00 nei giorni feriali e alle 11.00 la Domenica.
Per informazioni o per approfondire, è possibile rivolgersi al sacerdote o visualizzare gli orari specifici per la settimana nella pagina dell’Eco della Basilica.
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La Parrocchia Personale
La Parrocchia Personale
Fra territorialità e personalità
Pensando alla parrocchia quale strumento dell’azione pastorale della Chiesa, viene istintivo un riferimento alla territorialità. Tale è infatti l’aspetto che la tradizione ci ha consegnato: la Chiesa, fin dai primi secoli della sua storia ha adottato le strutture amministrative civili dell’Impero romano, considerandole un valido strumento per il consolidamento dell’evangelizzazione¹; ha pertanto fatto proprio l’istituto della parrocchia, che in origine designava nel diritto pubblico romano del III-IV sec. un’organizzazione territoriale di rango provinciale, governata da un alto funzionario col titolo di vicario. Da principio, nel diritto ecclesiastico si utilizzò tale espressione per designare il territorio vasto amministrato da un vescovo, arrivando poi nel corso dei secoli a riservarne l’uso per indicare la circoscrizione locale in cui è suddivisa la diocesi². Tale è appunto la concezione che emerge al Concilio di Trento³ e che si manterrà sostanzialmente immutata nei secoli successivi, fino a confluire nel Codex Iuris Canonici del 1917, che recependo integralmente il dettato conciliare, definirà la parrocchia quale una unità territoriale frutto della suddivisione della diocesi, cui è assegnata una chiesa, un ufficio ecclesiastico, una porzione del popolo, sotto la supervisione di un pastore⁴.
Già però a partire dagli anni ‘40 del XX secolo, mutate situazioni sociali e nuove esigenze pastorali hanno spinto alcuni vescovi a sperimentare il superamento della dimensione territoriale e statica dell’organizzazione ecclesiastica fondata sulla parrocchia, per definire nuovi strumenti più flessibili e basati sull’appartenenza personale dei fedeli. È il caso ad esempio della Mission de France, istituita fin dal 1941 dal card. Suhard per l’evangelizzazione del mondo del lavoro ed eretta in prelatura dalla Santa Sede nel 1954: la peculiarità di questa istituzione è proprio quella di non servire i fedeli di un particolare territorio, bensì i sacerdoti e i laici delle Comunità della Missione di Francia, presenti nel territorio nazionale⁵.
Sarà con il Concilio Vaticano II che la riflessione pastorale e teologica sulla parrocchia verrà portata alla sua definitiva maturazione. Senza rompere con la tradizione, il Concilio non ha infatti voluto negare né il carattere istituzionale della parrocchia, né l’elemento della territorialità, ma nel contesto di una maggiore valorizzazione dell’ecclesiologia misterica della Chiesa quale Corpo mistico di Cristo, ne ha sottolineato il carattere teologico⁶. Il testo conciliare più significativo al riguardo è il n. 42 della Costituzione sulla Liturgia, che recita: «Poiché nella sua Chiesa il vescovo non può presiedere personalmente sempre e ovunque l’intero suo gregge, deve costituire necessariamente dei gruppi di fedeli, tra cui hanno un posto preminente le parrocchie organizzate localmente e poste sotto la guida di un pastore che fa le veci del vescovo: esse infatti rappresentano in certo modo la Chiesa visibile stabilita su tutta la terra. Per questo motivo la vita liturgica della parrocchia e il suo legame con il vescovo devono essere coltivati nell’animo e nell’azione dei fedeli e del clero; e bisogna fare in modo che il senso della comunità parrocchiale fiorisca soprattutto nella celebrazione comunitaria della messa domenicale»⁷.
Ciò che emerge dal testo è sicuramente la centralità che la dimensione comunitaria assume nella caratterizzazione della parrocchia: non un semplice territorio in cui vengono svolti servizi religiosi, ma una comunità di persone fondata sulla fede in Cristo, sulla carità e sulla celebrazione eucaristica, riunita attorno al sacerdote quale rappresentante del Vescovo, e dunque una vera Chiesa locale che partecipa alla pienezza della realtà ecclesiale che si ha nella dimensione diocesana ed universale.
Lungi dall’essere una innovazione teologica, la riflessione sulla parrocchia proposta dal Concilio Vaticano II ripropone la tradizione più antica ed autentica, che ben si comprende considerando l’etimologia stessa del termine e l’uso che di esso viene fatto nella Sacra Scrittura e nella tradizione della Chiesa antica. Il termine latino parœcia riprende il greco paroikia, che va ad indicare la condizione delle persone straniere, esuli fra i cittadini di un luogo. In tal senso Abramo è paroikos in Egitto, come pure lo sono i figli di Giacobbe; gli ebrei del tempo di Gesù hanno la consapevolezza di essere una comunità di stranieri in cammino su questa Terra. La Lettera agli Ebrei, significativamente afferma «non abbiamo quaggiù una città stabile, ma andiamo in cerca di quella futura»⁸; allo stesso modo la prima lettera di Pietro «Carissimi, io vi esorto come stranieri e pellegrini ad astenervi dai cattivi desideri della carne, che fanno guerra all’anima»⁹; san Clemente Romano, pontefice attorno all’anno 100, così scrive nella sua celebre lettera ai Corinzi «La Chiesa di Dio esule a Roma alla Chiesa di Dio esule a Corinto»10. Si potrebbe continuare a lungo, ma tutti i dati confermano come il senso etimologico e biblico del termine parrocchia, indichino la comunità di persone che credono in Cristo e vivono in questo mondo come pellegrini, con la speranza di poter giungere un giorno alla vera e definitiva patria celeste11.
Con il Codex Juris Canonici del 1983, la riflessione teologica ed ecclesiologica riscoperta dal Concilio Vaticano II trova una adeguata espressione giuridica. Il can. 518 recita: «Come regola generale, la parrocchia sia territoriale, tale cioè che comprenda tutti i fedeli di un determinato territorio; dove però risulti opportuno, vengano costituite parrocchie personali, sulla base del rito, della lingua, della nazionalità dei fedeli appartenenti ad un territorio, oppure anche sulla base di altre precise motivazioni»12.
Il codice dunque, recependo la nozione teologica di parrocchia quale comunità di persone, legate soprattutto da vincoli di fede e di carità, piuttosto che dal solo dato geografico e territoriale, ha riconosciuto come una facoltà dell’ordinario diocesano di poter costituire comunità parrocchiali all’interno della giurisdizione della diocesi, per meglio agevolare la partecipazione alla vita spirituale di quei fedeli che per ragioni legate alla professione, alla lingua, alla nazionalità, o come nel nostro caso anche al rito, possono trarre un beneficio maggiore da una cura pastorale ad hoc, ritagliata attorno alle loro particolari esigenze, rispetto alla frequentazione delle rispettive parrocchie territoriali. Queste non cessano di certo di avere importanza, ed anzi vengono espressamente menzionate dal diritto quali le forme ordinarie dell’organizzazione pastorale; è tuttavia evidente che per il loro carattere geografico, esse si contraddistinguono per un’offerta spirituale generalista, che eviti cioè di schierarsi in modo sbilanciato verso una categoria di persone, o una peculiare sensibilità liturgica o pastorale, a scapito di altre13. Si può dire però che il punto di forza della parrocchia territoriale, ossia rivolgersi indistintamente a tutti i fedeli di un dato luogo, che esprimono nella loro pluralità di situazioni e di caratterizzazioni la ricchezza della varietà del Popolo di Dio, unificandoli attorno all’unica mensa dell’unico Signore Gesù Cristo, possa talvolta costituirne anche il limite, laddove l’uniformità diventi un limite nella valorizzazione dei carismi e delle legittime particolarità, che lo stesso Concilio Vaticano II ha riconosciuto come prioritaria14. Si comprende alla luce di questa ansia pastorale, finalizzata a porre il bene delle anime al vertice delle priorità della Chiesa, il senso della costituzione, oggi, di una parrocchia personale.
La parrocchia personale e i suoi fedeli
Cos’è dunque una parrocchia personale? E’ un istituto giuridico canonico relativamente recente, previsto dal can. 518 del CJC(1983), sorto per valorizzare pastoralmente talune realtà specifiche od esigenze spirituali presenti nella comunità dei fedeli: sono tipici esempi di tali specificità, l’erezione di parrocchie per servire pastoralmente particolari gruppi linguistici o nazionali di fedeli residenti in paesi stranieri. A partire dal Motu Proprio Summorum Pontificum del Santo Padre Benedetto XVI del 2007, tale possibilità è stata espressamente prevista anche per l’utilità spirituale di quei fedeli legati alla forma liturgica tradizionale del rito romano.
La parrocchia personale gode degli stessi diritti ed è tenuta ai medesimi doveri di tutte le parrocchie della diocesi in cui viene costituita, fatte salve le sue particolari peculiarità.
A scanso di qualsiasi possibile equivoco, va ribadito che il termine “personale” che la contraddistingue contrapponendola alla sua omologa “territoriale”, in nessun caso fa riferimento ad un privilegio legato alla persona del parroco, o ad una sua personale proprietà, come se fosse un titolo onorifico ad personam. Il termine piuttosto descrive la peculiare forma di affiliazione di cui godono i fedeli, i quali appartengono ad essa non perché residenti in un particolare territorio, ma perché si riconoscono “personalmente” nei servizi pastorali che la parrocchia offre alla comunità.
L’affiliazione dei fedeli è dunque realizzata in modo libero e spontaneo da parte dei fedeli stessi, i quali riconoscendosi ed identificandosi nella comunità parrocchiale e desiderando aderire alla propria offerta pastorale, ne risultano incorporati dal fatto stesso di partecipare attivamente alle celebrazioni liturgiche e alle varie attività pastorali, senza bisogno di ulteriori formalità. L’appartenenza dei fedeli anche alle rispettive comunità parrocchiali territoriali non viene annullata né sostituita dalla parrocchia personale: il fedele non è tenuto a dare alcuna comunicazione alla parrocchia territoriale di provenienza e può avvalersi dei servizi pastorali offerti da entrambe le parrocchie, in un regime per così dire di “doppia giurisdizione”15.
La parrocchia personale è dunque un istituto giuridico versatile e flessibile, aperto a tutti coloro che appartengono alla diocesi e che si identificano nella liturgia romana, celebrata nella sua forma tradizionale.
Breve esame di alcune possibili obiezioni
Una possibile obiezione alla costituzione di una parrocchia personale riservata ai fedeli legati alla celebrazione della liturgia nella sua forma tradizionale, è che possa essere intesa come una forma di ghettizzazione dei fedeli, “utile” per così dire ad allontanare dalle varie parrocchie quei soggetti percepiti come “scomodi”, insofferenti alle dinamiche pastorali e celebrative ordinarie, poco integrati nel tessuto comunitario, confinandoli in una sorta di “riserva indiana” ove arrecare il minor disturbo possibile. D’altra parte, non è affatto da escludere anche la biasimevole tendenza di alcuni fedeli tradizionalisti di isolarsi volontariamente dal contesto ecclesiale, autoconfinandosi in forme più o meno dorate di esilio, dove vivere dimensioni artefatte e soggettive del cattolicesimo, nelle quali scegliere di praticare e considerare solo taluni aspetti più congeniali, rifiutando o non prendendo in considerazione gli altri.
Un discorso che voglia essere serio e non idealistico, non può esimersi dal considerare simili problematiche come possibili. Occorre però anche affrontare tali situazioni con un atteggiamento propositivo, nel desiderio di poter lavorare per migliorare eventuali criticità e integrare pienamente
tutti i fedeli nella comunione ecclesiale, valorizzando tutti i carismi e tutte le sensibilità, nel pieno e filiale rispetto della gerarchia e dei pastori. In questo contesto la parrocchia personale può essere considerata come uno strumento prezioso per realizzare una partecipazione all’azione pastorale più motivata e dinamica rispetto a quella di una parrocchia territoriale; in particolare i fedeli legati alla tradizione, possono trovare un’offerta capace di essere molto gratificante, nei confronti delle loro aspettative e delle loro esigenze spirituali, al tempo stesso capace di cementare una forma di vera comunitarietà, che è la base della vita della Chiesa, impensabile con la mera frequentazione di centri di messa in occasione delle sole funzioni. La presenza di un parroco e il rapporto di paternità pastorale che egli può instaurare con il proprio gregge, può rinfocolare e stimolare l’indispensabile spirito di responsabilità nei fedeli, i quali hanno il dovere di attuare la propria vita cristiana in modo integrale, senza prescindere da una indispensabile dimensione comunitaria ed ecclesiale della fede, accompagnata dalla costante pratica della carità, scongiurando così il pericolo di derive superficiali, basate su forme di frequentazione solo liturgica.
Un’altra possibile obiezione nei confronti della parrocchia personale, potrebbe provenire da quei fedeli che si considerano “puristi”, che tendono a storcere il naso di fronte a tutte le forme di introduzione di elementi moderni nella tradizione. Ovviamente, occorre evitare di fare di tutte le erbe un fascio. Talvolta si assiste al tentativo (non sempre in buona fede) di ibridare arbitrariamente i riti liturgici tradizionali con forme celebrative, testi o prassi afferenti alla liturgia moderna, nel tentativo di realizzare una certa “pace liturgica” tra le varie forme del rito romano, se non per mostrarsi ben disposti nei confronti delle autorità ecclesiastiche. Altre volte norme liturgiche vigenti per la forma moderna del rito, vengono applicate creativamente alla forma tradizionale, dando luogo a singolari fattispecie antistoriche ed anacronistiche. Sebbene il Motu Proprio Summorum Pontificum auspichi che le due forme celebrative possano con la prassi trarre mutuo giovamento, va detto che ciò non può mai in nessun caso derivare da private e temerarie iniziative provenienti dall’estro di singoli celebranti o peggio, da gruppi di fedeli. Certe intromissioni di “modernità” vanno giustamente stigmatizzate, non tanto (o non solo) perché siano sconvenienti in sé, ma soprattutto perché se applicate ad una dimensione rituale che per incontestabili evidenze storiche si è ormai codificata e fissata in una forma liturgica precisa, hanno come inevitabile conseguenza di tramutarla in una forma spuria, inautentica, disarmonica, priva di coerenza, ed in ultima analisi, inaccettabile. E’ già la riforma liturgica voluta dal Concilio Vaticano II e promulgata da san Paolo VI ad essere stata il frutto di un processo di evoluzione della forma rituale precedente. Introdurre elementi di “modernità” nel rito antico per farlo “evolvere”, non avrebbe alcun senso: nella storia è già accaduto un simile processo e il tradizionalismo è emerso per reazione. Non si capisce lo scopo di introdurre una bizzarra forma di ciclicità storica, se si ammette la buona fede e la volontà di tutelare il patrimonio liturgico tradizionale.
A ben vedere però la parrocchia personale non è riferibile ad una delle fattispecie ricordate poc’anzi. Essa è uno strumento moderno, indubbiamente, ma può essere utilizzato in un contesto e per una azione pastorale tradizionali. Come è possibile?
Comprenderlo significa fare chiarezza e scongiurare un errore comune sul concetto di “tradizione”, identificandola in “ciò che si è sempre fatto”. La tradizione è senza alcun dubbio una consegna, una trasmissione di un valore immutabile, nel corso della storia: è anzitutto la trasmissione della Verità eterna, fuori dalle dinamiche del tempo e dello spazio, non suscettibile di poter essere mutata a seconda delle circostanze, delle convenienze, delle influenze che di volta in volta possono subentrare. In una parola, è Cristo stesso. E poiché la tradizione è Cristo, tradizionale è anche la ripetizione di ciò che egli ha insegnato, ha compiuto, ha celebrato. Per questo motivo la Chiesa cattolica è poggiata sulla tradizione e la liturgia è l’esempio più fulgido di tradizione in atto. Ma poiché la tradizione realizza la presenza dell’eternità nel mondo, fa inevitabilmente i conti con una realtà (questa sì) mutevole e contingente, sottoposta al processo evolutivo del divenire. Di fronte a questa considerazione, “fare ciò che si è sempre fatto” presupporrebbe come premessa che pure il mondo, verso cui la tradizione si rivolge, rimanga sempre identico a sé stesso. Questo non è tuttavia possibile, ma è anche vero che se pensiamo alla storia bimillenaria della Chiesa, possiamo notare che il processo del divenire del mondo, della società, della cultura, non ha avuto un andamento costante e progressivo nel corso dei secoli.
Anzi, sembra quasi che i mutamenti avvenuti nel solo Novecento, ma a ben vedere si potrebbe dire nella sola seconda metà del Novecento, superino in entità e in effetti, quelli intercorsi nei precedenti diciannove secoli, come se la storia avesse avuto un andamento lento e graduale, e di colpo una improvvisa impennata. Si potrebbero pensare molti esempi, ma basterebbe pensare ai soli effetti della tecnologizzazione di massa, la meccanizzazione, l’informatizzazione. La società, in
particolar modo quella rurale, prima della meccanizzazione di massa, viveva a dei ritmi e secondo dinamiche che sostanzialmente non erano mai mutate dall’epoca di Gesù: la famiglia, numerosa, patriarcale, unita, si radunava attorno al focolare, riceveva la saggezza e l’esperienza dagli anziani, i giovani erano educati alla comunione, alla condivisione, al sacrificio; i luoghi erano sempre gli stessi, si nasceva, si viveva, si lavorava e si moriva sempre nello stesso posto, raramente ci si trasferiva; la comunità locale era una vera comunità, fatta di persone “realmente connesse” tra di loro, legate da vincoli parentali, sociali, lavorativi, spirituali; la parrocchia era il centro della vita spirituale (ma anche sociale) della comunità, ne celebrava le nascite, gli eventi gioiosi, i lutti, il ritmo del lavoro nei campi, le tappe della crescita personale e spirituale, tutto coagulando e indirizzando verso Cristo, come motore e traguardo di tutto. Questa “vita” la aveva presente lo stesso Gesù, era l’ambiente che lui stesso frequentava, rappresentava lo stile di vita degli apostoli: le tematiche agresti, pastorali, contadine della predicazione di Cristo, rimandano all’immaginario di un mondo rurale, arcaico, tradizionale, che solo fino a pochi decenni fa era presente e vivido nella visione di tutti. Ciò che va però considerato, è che tuttavia il mondo è cambiato. Il ruolo dell’agricoltura nell’economia e dunque di una società rurale, si è notevolmente ridotto; la logica industriale e poi ancora quella del terziario, la meccanizzazione di massa, l’informatizzazione, hanno trasformato la società e i suoi stili di vita: oggi è normale nascere in un luogo, studiare in un altro, lavorare in un altro ancora, sposarsi e trasferirsi ancora altrove e così via. L’individuo ha assunto sempre più importanza a scapito della famiglia, che pure ha ridotto la propria dimensione, e soprattutto negli ultimi anni ha subito un’ulteriore trasformazione a causa del drammatico numero di separazioni e di divorzi che imperversano, con quello che ne consegue in termini di natalità, di educazione e gestione dei figli. Il mondo è talmente repentinamente
mutato, che l’immagine di Dio come Padre che ci descrive Gesù, associandola in analogia all’esempio a tutti più vicino e più immediato, potrebbe oggi non essere più comprensibile per molti, considerando la composizione attuale delle famiglie, in cui la figura del padre non è affatto una presenza scontata.
Questa situazione complessa è un dato di fatto con cui occorre avere a che fare, e sicuramente la soluzione non è quella di vituperare il presente (O tempora! O mores! Come avrebbe detto Cicerone) per idealizzare un passato come una mitica età dell’oro in cui tutto era perfetto e senza la quale nulla più ha senso. La tradizione non è quindi la nostalgia, che può a buon titolo essere considerata una sua degenerazione, un errore, di fronte all’incapacità di accettare la contingenza.
Questa digressione può aiutare a comprendere perché la parrocchia territoriale come principale forma della pastorale comunitaria sia rimasta tale per secoli senza bisogno di particolari innovazioni, finendo con il creare l’equivoco che la parrocchia non potesse essere altro che un territorio, quasi come se pensare il contrario fosse mettere in dubbio l’autorità del Concilio di Trento.
L’uomo vive nella storia, che è contingente e mutevole, ma è orientato nel suo cammino terreno verso Dio, eterno ed immutabile, guidato dalla fede, e nella Chiesa. Tramite la tradizione la Chiesa mantiene fisso lo sguardo sulla verità eterna, sugli immutabili principi di giustizia, consentendo ad essi di essere accessibili agli uomini di ogni epoca e condizione. A mutare, sono le epoche e le condizioni: il sarebbe assurdo ibernare la vita dell’uomo per non fargli subire il flusso del divenire storico, fossilizzandolo in un momento immutabile. A tal proposito, potrebbe essere utile pensare come in America alcune comunità religiose (ad esempio gli Amish) abbiano tentato appunto di fissare la storia impedendole di evolvere, in modo che la religione sia fenomenologicamente sempre la stessa: la riflessione sulle conseguenze pratiche, scongiura la seduzione di avventurarsi nella nostalgia.
La via della Chiesa alla tradizione non è quella di fissare un’epoca canonizzandola quale età dell’oro e vietando di cambiarla come se fosse un fermo immagine, una cartolina sbiadita in un album di ricordi (e questo, vale sia per chi idealizza il 700 o gli anni ‘50, ma anche per tutti quelli che non si rendono conto che sono finiti gli anni ‘70). La legge canonica quale strumento normativo della pastorale della Chiesa, ha da sempre avuto il ruolo di essere cinghia di trasmissione, mettendo in comunicazione i principi immutabili della legge divina, con le esigenze dell’uomo nel proprio momento storico. Il senso autentico dell’aggiornamento pastorale è quindi quello di tradurre la fedeltà piena ai principi immutabili della legge divina, senza alcuna forma di compromesso o di alterazione, alle mutevole forme contingenti della vita nel mondo.
La parrocchia personale rispetta pienamente questi criteri, che per usare un’espressione celeberrima nel contesto della pastorale italiana può essere definita “fedeltà a Dio e all’uomo”. Mantiene saldo il principio che la fede cristiana abbia una vocazione comunitaria ed ecclesiale, ma lo traduce in una forma più flessibile e più efficace, nel contesto di un mondo cambiato e con esigenze nuove.
¹ Cfr. J. DIAZ, Parrocchia, in NDDC, p. 750.
² Cfr. G. DAMIZIA, Parrocchia, in EC vol.9, c. 856.
³ Cfr. CONCILIO DI TRENTO, Sess. XXIV, Decr. de Reform., c. 13.
⁴ Cfr. CJC (1917), c. 216 §1.
⁵ Cfr. M. GUASCO, Preti operai, in DSC, p. 549.
⁶ Cfr. V. GROLLA, L’agire della Chiesa. Lineamenti di Teologia dell’azione pastorale, EMP, Padova 1995, p. 144.
⁷ Cfr. CONCILIO VATICANO II, Const. de Sacra Liturgia “Sacrosanctum Concilium”, 4 XII 1963, n. 42, in AAS 56 (1964), pp. 111-112.
⁸ Cfr. Eb 13, 14.
⁹ Cfr. 1Pt 2, 11.
10 Cfr. CLEMENTE ROMANO, Lettera ai Corinzi, in PG vol. 1, cc. 202-203
11 Cfr. V. GROLLA, L’agire della Chiesa, cit., pp. 138-139.
12 Cfr. CJC (1983), c. 518.
13 Cfr. V. GROLLA, L’agire della Chiesa, cit., p. 154-158.
14 Cfr. CONCILIO VATICANO II, Const. Dogm. de Ecclesia “Lumen gentium”, 21 XI 1964, n. 12, in AAS 57 (1965), pp. 16-17.
15 Cfr. F. ADERNÒ, Paroecia vera communitas, in Petrus, 9.6.2008.
Bibliografia
Fonti
La sacra Bibbia
Clemente Romano
Concilio di Trento, ecc riferimento a Denz Concilio Vaticano II, ecc
Codex juris canonici, ecc
Studi
ADERNÒ F., Paroecia vera communitas, in Petrus, 9.6.2008.
DAMIZIA G., Parrocchia, in EC vol.9, cc. 856-859.
DIAZ J., Parrocchia, in NDDC, pp. 750-758.
GROLLA V., L’agire della Chiesa. Lineamenti di Teologia dell’azione pastorale, EMP, Padova 1995
GUASCO M., Preti operai, in DSC, pp. 549-550.
Abbreviazioni
NDDC: CORRAL SALVADOR C. – DE PAOLIS V. – GHIRLANDA G. (A CURA DI), Nuovo Dizionario di Diritto Canonico, San Paolo, Cinisello Balsamo (MI) 1993.
DSC: ANDRESEN C. – DENZLER G. (A CURA DI), Dizionario storico del Cristianesimo, Edizioni Paoline, Cinisello Balsamo (MI) 1992.
EC: PASCHINI P. (A CURA DI), Enciclopedia Cattolica, Ente per l’Enciclopedia Cattolica e per il libro cattolico, Città del Vaticano 1949-1954.
PG: MIGNE J. – P. (A CURA DI), Patrologiae cursus completus. Series græca, Parisiis 1857ss.
AAS: Acta Apostolicæ Sedis, Città del Vaticano 1909-2018.
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